CHI SIAMO

Ciao. Sono Sara.

Ho 34 anni, vivo a Bergamo, e faccio la contabile part-time in uno studio di commercialisti. Tre giorni in ufficio, due da casa. Il quarto dovrebbe essere il mio giorno libero. Non lo è mai stato — ho due figli, Giulia di quattro anni e Matteo di due, e un appartamento al secondo piano senza ascensore che mi ha insegnato più cose sui passeggini di qualsiasi recensione.

Prima di diventare madre ero quella organizzata. Quella che legge le istruzioni prima di montare il mobile. Pensavo che fare bene la mamma fosse una questione di informarsi bene, così in gravidanza ho comprato tre libri di puericultura. Ne ho letto metà di uno.

Poi è arrivata Giulia, e i primi sei mesi li ho passati in uno stato che ancora oggi descrivo così: funzionare senza capire niente. Notti spezzate. Un senso di colpa che non mi mollava mai. E la sensazione precisa che tutte le altre mamme sapessero qualcosa che a me non avevano detto.

Ho chiesto aiuto. Alla pediatra — risposte corrette, fredde, di tre minuti. A Google — solo più ansia. A mia madre — "ai miei tempi si faceva così". Niente di tutto questo mi parlava.

La svolta è arrivata una sera, che Giulia aveva diciotto mesi e ancora non si addormentava se non in braccio. Avevo provato tutto quello che avevo letto, e niente funzionava. In un gruppo Facebook di mamme bergamasche ho trovato il messaggio di una donna che descriveva esattamente la mia situazione: stessa età, stessa dinamica, stesso senso di fallimento. E in fondo aveva scritto cosa aveva provato, cosa aveva sbagliato, e cosa alla fine aveva funzionato. Concreto. Specifico. Senza una parola di giudizio.

L'ho letto e ho pianto. Non perché fosse commovente — perché era la prima volta che qualcuno mi parlava come a una persona normale che sta solo cercando di fare del suo meglio.

Con Matteo credevo di sapere già tutto. Giulia, alla fine, era andata bene. E invece Matteo mi ha insegnato che ogni figlio è un inizio da zero. I suoi capricci a diciotto mesi mi hanno trovata completamente impreparata, e mi sono sentita in colpa persino per aver pensato che il secondo fosse "più difficile". Ci ho messo mesi a capire che non era colpa mia, e non era colpa sua. Era solo che nessuno mi aveva spiegato cosa succede davvero nella testa di un bambino di due anni quando le emozioni sono più grandi di lui.

Non sono diventata un'esperta. Non ho studiato psicologia, non ho un metodo, non ho la casa in ordine nelle foto e non faccio yoga. Ho imparato come si impara davvero: per tentativi, per errori, parlando con altre mamme, leggendo un libro in tre settimane di notti insonni, guardando un video alle due del mattino mentre allattavo.

Vivere da Genitori è nato da lì. Da quel messaggio che mi ha salvato una notte, e dall'idea che nessuno dovrebbe sentirsi solo come mi sono sentita io. Quello che trovi qui non è teoria: è il residuo pratico di tutto questo. Quello che ha funzionato, quello che non ha funzionato, e soprattutto le cose che nessuno mi aveva detto e che avrebbero cambiato tutto, se solo le avessi sapute sei mesi prima.

Non ti dirò mai "dovresti fare così". Ti dirò "quando ho capito questa cosa, per me è cambiato tutto" — e poi deciderai tu, perché tu conosci tuo figlio meglio di chiunque altro.

Ci sono settimane che chiamo semplicemente "sopravvissute". Non sono una che ce la fa sempre. Ma quando trovo qualcosa che funziona, te lo racconto.

Senza giudicarti. Mai.

— Sara

NB: Vivere da Genitori condivide esperienze personali e contenuti pratici, non consulenza medica o psicologica.
Per dubbi sulla salute del tuo bambino, rivolgiti sempre al pediatra.